Scuola

Esubero dopo 30 anni in cattedra

È un’erosione senza ritorno. Un dramma invisibile, impalpabile, non cruento, lì per lì, come tutte le cose che riguardano l’intelletto. È un dramma per chi lo subisce, non avvertito però come sociale. Stiamo parlando di professori, docenti, insegnanti, sostituti dei genitori, a volte, a cui si chiede senza riconoscere.

Molti di loro a cinquant’anni si trovano punto e daccapo. La chirurgia del taglio di ore imposta dal precedente governo scava inesorabilmente ferite feroci. Quelle sugli alunni le scopriremo nel prossimo quinquennio: dare meno istruzione quando nel mondo si vince con più istruzione non li aiuterà, ad occhio e croce.

Tre anni difficili
Ma negli ultimi tre anni succede, come non accadeva da tempo, di vedere in fila, in quelli che una volta si chiamavano provveditorati agli studi, prof, per la maggior parte donne, oltre i cinquanta, a volte a pochi anni dalla pensione, a cercare smarriti ed in affanno la stanza giusta dove avere risposte sul loro destino.

Dopo venti o trent’anni di onorato servizio improvvisamente non hanno più la loro cattedra. E non si tratta di docenti di ruolo grazie a sanatorie sindacali, doppi canali, etc. No. Hanno vinto il concorso regolarmente, si sono laureati spesso con lode, hanno svolto master all’estero o di aggiornamento in Italia, a spese loro e delle loro famiglie. La riduzione progressiva di ore sta creando un gruppo sempre più cospicuo di esodati, termine ormai troppo popolare, dal lavoro. Più crudamente, esuberi.

Numero crescente
Sono più di diecimila, in misura crescente di anno in anno. Si chiamano con un brutto termine, soprannumerari. Finire nel girone è facile: se sei ultimo o penultimo in graduatoria nella tua materia e la scuola in cui insegni subisce una drastica riduzione di iscrizioni oltre al progressivo taglio delle ore (e al rimodulamento del numero di alunni per classe: 22 minimo al biennio, 28 minimo al triennio), la tua cattedra sparisce.

Diciotto ore non ci sono più, spesso anche meno di dodici, in alcuni casi zero. Il fenomeno sta colpendo in modo più massiccio le superiori, meno le medie. Per il prof perdente posto inizia un iter deprimente.

Cercare le scuole dove si insegna la sua materia; verificare se ci sono colleghi che proprio quest’anno andranno in pensione; informarsi come un detective se ci sono altri docenti nella medesima situazione, dello stesso distretto scolastico che stanno cercando posto mettendo nel mirino le stesse scuole e capire se sono più avanti (o più indietro) nel punteggio; fare la domanda di trasferimento quando ci siano almeno dalle dodici alle quindici ore disponibili se non una cattedra integrale, anche se ciò non salva dall’eventuale presenza di un collega concorrente tutelato dalla 104 (nella precarietà di questi anni i prof sotto scorta 104 sono spuntati come funghi).

E poi aspettare, prosciugando tra la fine di luglio e le prime settimane d’agosto le energie già finite sotto i tacchi. Aspettare l’assegnazione che ora compare sul web. Con ulteriori incertezze: senza le 18 ore si può avere la cattedra, ma spezzata su due o tre scuole, le quali, soprattutto in aree metropolitane grandi come Milano o Roma non sono affatto vicine (per cui a 1.500 euro al mese se ne spendono 150-200 euro di benzina per raggiungere le varie destinazioni e poi tornare a casa). Un iter che può ripetersi ogni anno uguale.

E così la scuola che dovrebbe essere maestra di vita per i discenti è stata trasformata in un luogo di angoscia. I soprannumerari, i precari, i supplenti, i pensionandi bloccati come tanti dalla riforma Fornero. Certo, non siamo la Finlandia… Ogni anno da qualche anno ricomincia quindi così, frustrazione che si somma a frustrazione. Il Miur (acronimo del ministero dell’Istruzione, non c’è più pubblica da tempo) ha indicato una soluzione per i perdenti posto: 120 ore per trasformare docenti in esubero in insegnanti di sostegno (quelli effettivi hanno seguito corsi di due anni per complessive 800/1600 ore).

Come se i ragazzi con handicap, gli stessi insegnanti di sostegno già in essere, quelli da riconvertire con i corsi fossero numeri. Sulla scuola, passano i governi ma il modo di agire è sempre lo stesso: quantità, somme e sottrazioni. Le vite di tutti, il sapere vengono dopo. La singolare soluzione ha suscitato le sentite proteste della Fish ( Federazione italiana per il superamento dell’handicap) nonché dei professori già di sostegno, peraltro ridotti anch’essi.

Numeri, numeri, sempre numeri. Che cosa c’entri tutto questo con la cura sottesa ai concetti di educazione e istruzione… Tra le piccole novità a fin di bene si fa per dire, ce n’è anche un’altra. Il Miur sta razionalizzando le classi di concorso. Apparentemente, una cosa buona.

A sentire i professori non sarebbe un gran segnale, un altro. Non ci sarebbe più distinzione tra chi si è laureato in Economia o in Matematica e Fisica: entrambi potranno insegnare matematica allo scientifico, indifferentemente al biennio o al triennio come se avessero la stessa preparazione. Si dovrà riconvertire totalmente una formazione consolidata o inappropriata. Il risultato, nel brevissimo, è ridurre i posti per precari, supplenti, incaricati annuali.

Poi, ad ogni cambio di stagione, il ministero e il ministro invocano la necessità di fare un concorso a cattedre per dare più spazio ai giovani. Meno cattedre, meno ore, meno pensionati, più soprannumerari, nuove classi di concorso… Non c’è più posto. Non è un Paese per giovani, nemmeno per meno giovani.

Articolo Originale

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