Movimenti

Cornelius Castoriadis – relativismo e democrazia

Cornelius Castoriadis Mauss

Anne Marie Fixot – A quanto afferma, ciò che bisogna porre come priorità è l’interesse generale, il quale può essere discusso dai cittadini. Ma la difficoltà è che bisogna posizionare i cittadini, o quanto meno metterli in relazione con il dibattito in atto. Ed è appunto quello che oggi pone problemi, perché mi accorgo, come lei stesso diceva poco fa, che molti se ne disinteressano, sono indifferenti, mentre altri, a causa  delle loro condizioni socio-economiche, non riescono a dire la loro sull’interesse generale. Che fare? Come pensare questa democrazia a venire? Quel’è il ruolo dell’informazione, dell’educazione di ogni giorno, non solo dei bambini ma anche di noi stessi? E soprattutto a quali tipologie di relazioni di cittadinanza è possibile pensare per fare in modo che l’interesse generale venga effettivamente preso in considerazione dalla totalità del corpo cittadino e non semplicemente da alcuni, anche nel caso della democrazia diretta?

Cornelius Castoriadis  – Sta qui il problema fondamentale, sono completamente d’accordo con lei. La partecipazione dei cittadini, a molti livelli della società, non è qualcosa che bisogna aspettare come un miracolo: bisogna lavorarci intensamente, introdurre dispositivi istituzionali che la facilitino. L’elemento centrale, ripeto è la paideia, l’educazione, di cui la scuola è solamente una piccola parte. Anche Platone lo sapeva, e infatti diceva che “le mura delle città educano i cittadini”. E’ assolutamente vero, ma così poco messo in pratica… Ora lei evoca le condizioni socio-economiche, ma temo che dovremo prendere un altro appuntamento per parlarne, perché non riusciremo mai ad esaurirlo oggi. Bisognerebbe infatti trattare l’enorme problema della struttura economica e produttiva della società, così come gli obbiettivi dell’attività economica.

Anne Marie Fixot – Moti di coloro che non partecipano alla vita politica dicono: nella situazione di esclusione in cui ci troviamo, come si potrebbe anche solo pensare all’interesse generale?

Cornelius Castoriadis  – Certo c’è l’esclusione. Ma c’è anche l’apatia concreta di molte persone.. E anche se alcuni avessero interesse per la politica, non avrebbero poi il tempo di occuparsene attivamente: l’intera struttura della società tende a impedire la loro partecipazione, e questo va dalla struttura del lavoro fino a quello che si chiama diritto. La legge non ammette ignoranza: lei ha sicuramente colto il divertente  paradosso che questo adagio nasconde tanto malamente. Se deve sottoporre ad un tribunale, dove si dà per supposto che lei conosca ogni cosa, un caso anche poco complicato, lei sarà costretta ad assumere un avvocato, cioè qualcuno che, dopo quattro o cinque di studio, si è specializzato per altri tre o quattro anni in diritto marittimo, in diritto di questo o di quell’altro.. E’ una situazione assurda, alla quale si potrebbe opporre il sistema antico quando tutte le leggi erano scritte sul marmo, esposte; tutti sapevano leggere e potevano prenderne conoscenza. Ma la nostra società è troppo complessa perché possa essere così… E tuttavia, perché dovremmo subire questa complessità come una fatalità?  Perché ce ne dovrebbe importare? Perché si dovrebbe ritenere una fatalità questo prodotto, diciamo così spontaneo dell’evoluzione storica, ovvero questa società capitalista di fine XX secolo, con la sua enorme complessità legislativa, che negli Stati Uniti permette agli avvocati di guadagnare più degli industriali che difendono? E le modalità di produzione aberranti, i muri tappezzati di pubblicità, la televisione, come ci vengono imposti? Davvero non è possibile mettere tutto questo in discussione? E perché non ribaltare le cose e dire:  noi vogliamo un sistema giuridico tale che ogni cittadino possa comprenderlo e arrangiarsi: vogliamo un sistema economico e produttivo tale che tutti i produttori possano partecipare in un modo e nell’altro alla gestione della produzione? Quale decreto divino ci impone fabbriche in cui cinquantamila operai, abbruttiti dal lavoro, come già diceva Constant, producono in quel dato modo quel dato prodotto? O un’economia di mercato che per funzionare a dovere ha bisogno di un livello di disoccupazione che può arrivare fino al 12-15% della popolazione?
Si può ribaltare tutto ciò e cominciare a dire: noi vogliamo una società nella quale tutti i cittadini possano partecipare agli affari comuni. E di fronte a questa esigenza, non ci sono più praticamente più dati di fatto che non possano essere ricusati. Il nostro sistema giuridico è contestabile perché anti-democratico; il nostro sistema di produzione è contestabile perché si impone abbruttendo i lavoratori per quaranta ore e più alla settimana, dopo le quali è ridicolo credere che ci possa essere una domenica di attività politica. Forse bisogna rovesciare il problema, radicalizzarlo e domandarsi quale società vogliamo davvero.

Serge Latouche – E’ chiaro che è stata data una risposta alla sua domanda su quale società si vuole. La stragrande maggioranza vuole auto, lavatrici, frigoriferi ecc. Come diceva il presidente Bush [senior], il livello di vita americano non è negoziabile. Crepi la natura, ma il livello di vita degli americani deve restare quello che è …. Di fatto noi stessi vogliamo che il sistema continui così com’è, e in fondo ce ne freghiamo che sia democratico oppure no. E tuttavia non ce ne freghiamo del tutto, in realtà vorremo al tempo stesso la botte piena e la moglie ubriaca.. Vogliamo i frigoriferi e, le lavatrici , le automobili.. e dunque prendiamo anche tutto ciò che questo sistema implica a livello di cittadinanza spossessata della vita politica a opera della megamacchina tecno-economica…..
[…..]

Serge Latouche – Su tutta questa discussione pende un ipoteca. Mi riferisco al fatto di rimettere in discussione tutta l’economicizzazione della società; e in effetti l’intero suo ragionamento sembra presupporre che l’immaginario economico sia stato completamente decolonizzato.

Cornelius Castoriadis  – Ha qui un esemplare di Fait et à faire. Mi permetta, anche se è di cattivo gusto citare se stessi, di concludere questa parte della discussione con una citazione: “Giungiamo così al nodo gordiano della questione politica oggi. Una società autonoma può essere instaurata solamente dall’attività autonoma della collettività. Tale attività presuppone che gli uomini investano con forza su ben altro che non il possibile acquisto di un nuovo televisore a colori. Più in profondità, essa presuppone che la passione per la democrazia e la libertà,per gli affari comuni, prenda il posto della distrazione, del cinismo, del conformismo, della corsa al consumo. In breve, essa presuppone tra l’altro, che l’economico cessi di essere il valore dominante o esclusivo. E’ questo il ‘prezzo da pagare’ per una trasformazione della società. Diciamolo in maniera più chiara: il prezzo da pagare per la libertà è la distruzione dell’economico in quanto valore centrale, e di fatto, unico. E’ un prezzo tanto alto? Per me certamente no: preferisco infinitamente avere un nuovo amico che un’automobile nuova. Preferenza soggettiva, senza dubbio. Ma ‘oggettivamente’? Lascio volentieri ai filosofi politici il compito di ‘fondare’ lo (pseudo)-consumo come valore supremo. Ma c’è qualcosa ancora di più importante. Se le cose continuano la loro corsa attuale, questo prezzo dovrà essere pagato in ogni caso. Chi può credere che la distruzione della Terra può continuare ancora un secolo al ritmo attuale? Chi non vede che questa distruzione si accelererà ancora se i paesi poveri si industrializzano? E chi stringerà la cinghia, quando non sarà più possibile tenere le popolazioni fornendo loro costantemente nuovi gadget?”

Pagine 88-92 da Cornelius Castoriadis
relativismo e democrazia
dibattito con il MAUSS
eleuthera editore

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