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Antanas Mockus

Antanas Mockus

Una salutare corrente di follia sta percorrendo uno dei più violenti lembi del pianeta Terra. Ed ha, questa follia, la faccia – cinematograficamente a suo modo perfetta – di Antanas Mockus, ex sindaco di Bogotà e candidato del Partito Verde, da un paio di settimane molto sorprendentemente  in testa ai sondaggi che, in Colombia, predicono i risultati delle prossime presidenziali del 30 maggio. Del “pazzo hollywoodiano” – uno di quegli scienziati mattacchioni che vogliono distruggere o, come nel caso specifico, salvare il mondo –  Mockus ha, infatti, tutto quello che un esperto di “casting” può desiderare in un attore. A cominciare, ovviamente, dal “physique du role” o, per meglio dire, da un volto che – assai ben definito da una molto inusuale pettinatura  e da una barba  ottocentesca , l’una dall’altra molto opportunamente separata da un enigmatico sorriso e da un paio di giganteschi occhiali collocati su due occhi stralunati – sembra rivelare un’anima da profeta e, insieme, un’intelligenza fuori controllo.  Il tutto con l’aggiunta – oltre la semplice apparenza – di alcuni molto significativi “optional”: il mestiere che Mockus pratica al di fuori della politica (è un matematico dal brillante curriculum accademico); un nome anagrafico (Aurelijus Rutenis Antanas Mockus Sivickas)  che – normalissimo in Lituania, il paese dal quale la sua famiglia proviene – suona alquanto bizzarro alle orecchie di chi vive tra le Ande e l’Amazzonia; ed infine, last but not least,  un soprannome – “El Loco”, ovvero, per l’appunto, il pazzo –  che Antanas Mockus si è guadagnato sul campo fin dal giorno in cui, durante una lezione all’Università, fece conoscere il suo disappunto ad una classe distratta, praticando il “mooning”  (operazione che, notoriamente, consiste nell’abbassare calzoni e mutande per mostrare agli astanti entrambe le natiche nude. Dettaglio di non secondaria importanza: il nostro era, ai tempi, anche il rettore dell’Ateneo).

Antanas Mockus è in effetti – e da sempre – un convinto (e vincente) cultore della didascalica potenza della follia. O meglio: della forza esemplare, educativa del gesto. E con sue mattane ha in passato davvero cambiato – per quasi unanime ammissione – il volto e la storia di Bogotà. Perché piaccia o no , se davvero di follia si tratta, quella di Mockus è comunque, per così dire, una follia che viene da lontano. Quando, nel  1993, gli abitanti della capitale (quelli che esercitano il diritto di voto e che, di norma, non arrivano al 50 per cento del totale) lo elessero sindaco, lo fecero sulla base d’una promessa che già era, allora, un’eco, così sintetizzabile, della pazzia mockusiana: “per cambiare Bogotà bisogna cambiare i bogotani”. E per cambiare, anzi, per “sensibilizzare” i bogotani – era andato ripetendo Mockus durante una campagna elettorale nel corso della quale i media lo avevano trattato come un’estemporanea curiosità – occorre usare “l’arte, l’humor e la creatività” (se tutto questo vi fa venire in mente il Renato Nicolini della Roma anni ’70, credo abbiate trovato il giusto termine di paragone italiano).

E così, in effetti, fu. Mockus, sorprendente vincitore, cambiò i bogotani. E, come profetizzato, i bogotani, a loro volta, cambiarono Bogotà. Lo dicono i bogotani medesimi (che, parlando col voto, rielessero trionfalmente “El Loco” cinque anni dopo). E lo dicono, anche, le statistiche. Per convincere i suoi concittadini a non sprecare acqua, Antanas Mockus usò se stesso (e, ancora una volta, le sue natiche) in una pubblica dimostrazione del giusto modo di fare la doccia. E funzionò. Il consumo d’acqua diminuì, in città, del 40 per cento. Per affrontare il problema endemico della violenza, Mockus “follemente” puntò sulla pedagogica spinta della non-violenza, formando gruppi disarmati di vigilanza cittadina ed affidando a poliziotti donne il pattugliamento delle zone più a rischio della città. Risultato: il tasso di omicidi, uno dei più alti del mondo, diminuì del 70 per cento. Bogotà era negli anni ’90, dal punto di vista del traffico, una città caotica, inquinata e mortifera. Mockus non aumentò né il numero dei vigili urbani, né il numero delle multe comminate. Semplicemente sguinzagliò per le strade un piccolo esercito di mimi (di quelli con la faccia incipriata alla Marcel Marceau) con l’incarico  di sbeffeggiare  tutti coloro che, ai semafori o altrove, violavano il codice della strada. I bogotani, cambiati dalla terapia Mockus,  scoprirono, in quegli anni, che la loro città era bella. E che bello poteva diventare viverci. Per questo  riempirono Bogotà di piste ciclabili e di nuovi giardini, seguendo l’esempio d’un sindaco che, in una città dove tutti i VIP circolavano in auto blindate, si recava quotidianamente al lavoro in bicicletta. Non crearono il paradiso. E neppure un’isola felice nel cuore d’un paese permanentemente in guerra con se stesso. Ma Bogotà – sebbene in molte parti ancora sfregiata dalle sue miserie – divenne una città molto più vivibile, un esempio di buona amministrazione che persino esperti dalla Scandinavia vennero, in quel fine millennio, a studiare ed ammirare. [continua]

Antanas Mockus sarà per tre giorni in Italia. Il 7 gennaio sarà possibile incontrarlo insieme a Domenico Finiguerra, che avendo scritto la prefazione alla sua biografia “Un Sindaco Fuori Dal Comune” scrive così sul suo blog:
Come si rompono gli schemi della politica?
Qual è la strada da percorrere per riuscire a sovvertire la piazza reale o virtuale dove si svolge il dibattito politico e si forma l’opinione pubblica?
Quali sono gli strumenti per promuovere cambiamento politico e, prima ancora, culturale?
Mockus, con la sua esperienza di sindaco di Bogotà e di rettore dell’Università nazionale di Colombia, elabora e pratica una serie di risposte nuove a questi quesiti.
Il suo istinto e la sua genialità sono messi a disposizione di un disegno razionale, da perseguire attraverso esercizi di pedagogia collettiva, andando a toccare i sentimenti più intimi dei cittadini, a partire dall’orgoglio.
Mockus è un campione di judo! Nel judo, vince chi riesce a utilizzare al meglio la forza dell’avversario a proprio vantaggio; e per Mockus l’avversario principale è l’omologazione culturale costruita dai mass media. [continua]

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