Paesaggio

11.2 Consumo di Suolo

Affinché la dichiarazione bisogna fermare il consumo di suolo abbia un senso, bisogna inquadrarla entro una progettualità complessiva. Sono passati molti anni dalla presentazione di questo lavoro curato da Alberto Magnaghi  “Bonifica, riconversione e valorizzazione ambientale del bacino dei fiumi Lambro, Seveso e Olona – Linee orientative per un progetto integrato”  ma la sua qualità per inquadrare i problemi della Regione Lombardia e non solo mi sembra innegabile. Dopo avere pubblicato il Manifesto Progettuale mi sembrava doveroso dare risalto a I principi generali del Piano (Quadro 3) . Buona lettura.

11.2 Consumo di SuoloProcedendo da questo assunto generale, i principi cui ispirarsi per organizzare lo scenario strategico di trasformazione ecologica possono essere così riassunti:

– assumere la questione ambientale come problema culturale riguardante la trasformazione dei fondamenti delle relazioni uomo-natura, società-spazio, comunità insediata-territorio/ambiente; in questa eccezione il concetto di sostenibilità dello sviluppo non può che riferirsi ad una dimensione complessa integrata dell’azione di trasformazione: sostenibilità culturale, economica, geografica, ambientale non possono contraddirsi pena l’inefficacia del processo di trasformazione settoriale. Questa integrazione degli obiettivi e delle azioni richiede una trasformazione degli indicatori della crescita (Pil, efficienza ambientale) verso indicatori complessi di valutazione della qualità territoriale dello sviluppo (qualità dello spazio biologico,del paesaggio, dello spazio collettivo, dello spazio urbano, del processo produttivo e dei prodotti, della distribuzione del reddito, dell’abitare e dei servizi) che ne connotano la sostenibilità;

– assumere la riqualificazione e rivitalizzazione dei sistemi ambientali come precondizione e vincolo per la riqualificazione del sistema insediativo. Questo sistema impone il superamento di una logica di interventi puntuali per la salvaguardia dei valori ambientali residui ( parchi, aree protette, biotipi), per il disinquinamento e l’intervento sui cicli produttivi; questa “generazione” di azioni, se pur ha frenato l’erosione pervasiva dei sistemi ambientali, ha tuttavia configurato un duplice regime di organizzazione del territorio: aree che producono degrado ( organizzate secondo gerarchie di funzioni antropiche, essenzialmente economiche) e aree ( residuali)  che devono compensare il degrado (organizzate secondo gerarchie di funzioni naturalistiche). Assumiamo radicalmente un altro approccio in cui la natura non è più  ” relitta” , ma torna a costituire un elemento portante del territorio come presenza diffusa di unità ambientali che combinano interesse naturalistico ed elevata resilienza, in grado contestualmente di svolgere un ruolo di “tampone” tra sorgenti di impatto e aree sensibili. Riordinare l’intero territorio a partire dai requisiti di autoriproduzione di sistemi ambientali (assunti come sistemi e reti ecologiche ad alte complessità, non confinabili in aree residuali) comporta un insieme di progetti e azioni integrate (oggi inesistenti nelle politiche di settori) che riguardano la riqualificazione e la rivitalizzazione dei bacini idrografici, delle fasce di pertinenza fluviale, del territorio agricolo e forestale ( considerato e trattato come bene ambientale pubblico), delle zone di ricarica delle falde, dei singoli ecomosaici (ognuno con i suoi differenti problemi di risanamento), fino agli spazi aperti interclusi delle periferie urbane; riconnettendo e rivitalizzando gli spazi aperti di ogni natura ( dal territorio agricolo,, ai parchi, agli alvei golenali) facendo interagire azioni a scala macro ( bacino idrografico, fasce fluviali, connessioni con le reti ecologiche a scala regionale e internazionale): a scala meso (ecomosaico, singolo sistema territoriale); a scala micro (periferia urbana, connessioni di spazi interclusi, corridoi biotici); in modo che omeostasi ambientali locali coagiscono con le azioni di area vasta nel definire l’equilibrio generale del sistema. Agire secondo sistemi ambientali e reti ecologiche, trattando cioè gli spazi aperti come sistemi viventi ad alta complessità, a superamento di una interpretazione della natura come spazio marginale (i “vuoti”) significa dunque investire l’intero territorio di nuovi principi ordinatori (in gran parte negoziabili) che regolano l’edificato e le attività antropiche secondo leggi di autoriproducibilità dei sistemi ambientali stessi (tavv. 3,4 e 5). Questo ribaltamento concettuale (sono i “vuoti” a ordinare i “pieni” e a definire  misure, proporzioni, confini alla presenza antropica: tutto il territorio è dunque trattato come un parco) è essenziale per curare un’area che ha fatto dell'”horror vacui” la propria filosofia insediativa, considerando il territorio un semplice supporto inanimato di attività economiche, da “ricoprire” senza limiti:

– superare il modello centroperiferico dell’area metropolitana e valorizzare le peculiarità insediative dei sistemi territoriali che compongono la “regione urbana”, esaltandone la vocazione policentrica reticolare (tav. 6). Non è possibile rivitalizzare i sistemi ambientali se nel contempo si aggrava la pressione antropica prodotta da un modello insediativo culturalmente aggressivo e disattento che accentri funzioni rare, esaspera la mobilità, produce caotiche e pervasive conurbazioni periferiche, omologa consumi e modelli insediativi, esporta rifiuti e importa crescenti risorse dall’esterno (energia, acqua,cibo), rompe equilibri locali fra insediamento e ambiente. l’azione sui sistemi ambientali deve essere perciò accompagnata  da politiche volte al ridisegno degli equilibri interni ai sistemi territoriali valorizzandone le identità locali storiche, economiche e ambientali; e al ridisegno di relazioni non gerarchiche fra i sistemi stessi che contribuiscono alla riduzione della pressione ambientale e cooperino alla rivitalizzazione dei sistemi ambientali;

– la valorizzazione dei sistemi territoriali potenziandone l’assetto reticolare consente di elaborare sistemi informativi e politiche energetiche che assumono come base le peculiarità morfologiche e  ambientali di ciascuna area (valutazioni di efficienza energetica) sia nel campo del risparmio che in quello della produzione energetica attivando mix di fonti locali rinnovabili appropriati ad ogni sistema territoriale;

– la conversione ecologica dell’economia e dei sistemi economici locali dell’area ( che si connota come area “centrale” nell’economia italiana e dunque collocata in un regime aperto di scambi internazionali)  è una condizione fondamentale della trasformazione del modello insediativo del bacino soprattutto se si vuole accedere alle nuove regole di competizione economica internazionale, quali quelle stabilite nel V programma Cee in materia ambientale (che richiede tra l’altro un forte coinvolgimento delle imprese e dei consumatori). Sono in gioco in questo processo tutte le variabili: cosa, come, dove, quanto produrre, non più in una relazione astratta con il mercato, ma con una concreta relazione con i vincoli territoriali e ambientali che possono divenire opportunità e risorse.In una duplice direzione: nella realizzazione dei prodotti, know-how, servizi competitivi su un mercato internazionale sempre più vincolato a normative qualificative (in primis dalla Cee) e sempre più attento alla diversificazione in relazione ai contesti; e nella attivazione di economie di bonifica e riqualificazione territoriale urbana e ambientale (gestione risorse, mobilità, riqualificazione periferie, parchi agricoli,fiumi) che possono modificare in modo consistente lo spettro merceologico  verso la produzione di qualità territoriale;

– fondare il progetto sulla valorizzazione delle energie interne all’area. Questo principio procede dall’assunto che la trasformazione ecologica dell’insediamento sia possibile a partire dall’individuazione e dall’attivazione e dal sostegno degli attori (culturali, sociali, economici, produttivi) che nei sistemi territoriali dell’area possono farsi portatori della trasformazione. La trasformazione culturale in atto nei confronti della misura della ricchezza (superamento del Pil), della qualità ambientale e urbana, dei problemi identitari, nei confronti del territorio, sta già producendo comportamenti ed energie in contraddizione con gli stili di vita del modello insediativo “insostenibile” (nuovi movimenti sociali urbani per la qualificazione ambientale, azioni locali di associazioni ambientaliste, associazioni di produttori ecologici, associazioni di consumatori, modificazioni nelle propensioni al consumo, negli stili di vita e abitativi (quadro 9); dall’altra parte la stessa presenza di alta “efficienza ambientale” nelle attività economiche rivela  potenzialità imprenditive, tecnologiche, innovative che possono, opportunamente guidate, trasformarsi da agenti di degrado in produttori di trasformazione ecologica.

– l’assunzione di questo universo di energie nel progetto può configurare una forma del piano che, procedendo dalla costruzione dello scenario strategico della conversione ecologica dell’insediamento (master plan), ne pratichi l’avvicinamento attraverso forme di ” contratti sociali locali”, un complesso sistema di attori (pubblici e privati) che mobiliti tutti i gangli della società locale nella ideazione, costruzione, realizzazione e gestione del progetto. In questa direzione il progetto di  trasformazione ecologica può divenire un concreto strumento di realizzazione di nuove forme di partecipazione attivando soggetti e consenso, di riqualificazione del governo locale e della democrazia.

La traduzione operativa di questi principi è organizzata nel quadro sinottico di riferimento (figura 1) in due grandi campi: le linee progettuali e le linee di piano. Questa netta distinzione  consente di individuare uno scenario strategico di lungo periodo al quale riferire in modo non  normativo e vincolistico i sistemi di azioni concrete che avvieranno contestualmente il processo di trasformazione. Le linee progettuali che discendono dai principi generali del piano sono articolate nel quadro sinottico in un duplice sistema di azione: tattiche e strategiche.

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