Cibo / Paesaggio

11.1 Consumo del suolo

11.1 Consumo del suolo

Ancora sul consumo di suolo. E’ talmente centrale che mi permetto innanzitutto di riprendere un bellissimo video a proposito e poi, proseguendo il percorso iniziato per la Lombardia con Il Lambro Seveso Olona, vi riporto la sintesi dal blog di Paolo Coluccia che mi ha portato a leggere il libro Il Progetto Locale di Alberto Magnaghi, nella speranza che faccia lo stesso effetto su di voi.

Le riflessioni e le note che seguono scaturiscono dagli appunti presi durante la lettura del libro di Alberto MAGNAGHI, Il Progetto locale, (BollatiBoringhieri, Torino 2000/ristampa 2006). Non c’è pretesa di scientificità nel nostro lavoro, ma il  testo vuole essere uno strumento minimale di conoscenza e un invito alla lettura integrale del libro, per una conseguente e ulteriore riflessione ed approfondimento personale  degli argomenti in esso trattati.

1. Uno dei migliori libri pubblicati nell’ultimo decennio, a mio parere, per l’importanza dell’argomento trattato e per lo sfondo progettuale generalizzante, che è cosa ben diversa dalla progettualità tout court, come vedremo, della quale in verità la costruzione di quello è premessa, archetipo, algoritmo. «Il territorio è un’opera d’arte: forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia espresso». È la prima frase che Magnaghi, architetto del territorio, mette in capo al libro: quale migliore inizio! Ma, soprattutto, «il territorio non è un asino», che la colata lavica dell’antropizzazione selvaggia contemporanea può all’infinito sovraccaricare. L’auspicio dell’autore è rivolto alla costruzione di uno statuto dei luoghi, con un forte carattere utopico-euristico nell’approccio programmatico. Gli elementi di fondo: un multiverso di energie, un universo di attori, il collettivo post-fordista, per il dopo-sviluppo, perché l’idea di sviluppo è insostenibile ed eco-catastrofica. «La valorizzazione del patrimonio territoriale a partire dalla costruzione di ‘statuti dei luoghi’ da parte delle municipalità diviene, in questo modello, la condizione necessaria per la produzione di nuova ricchezza. Il carattere utopico dell’approccio trova il suo referente concreto nell’esistenza di un multiverso di ‘energie da contraddizione’ sociali, istituzionali, economiche e culturali, che già praticano nuove relazioni di cura dell’ambiente e del territorio, nuove forme di comunità, di economia solidale, di ricostruzione dello spazio pubblico. Questo universo di attori nell’epoca postfordista e del ‘doposviluppo’ può costituire il soggetto collettivo della trasformazione verso una ‘globalizzazione dal basso’» (p. 11)

2. Lo sviluppo locale può diventare «un’alternativa strategica alle teorie tradizionali dello sviluppo incentrate sulla globalizzazione economica», quella globalizzazione occidentale che «definisce le soglie di povertà in base al prodotto interno lordo dei paesi ricchi» e «produce anche nuove povertà» (p. 42). Si tratta di povertà legate alla qualità urbana, ambientale, identitaria e territoriale, che nuovi modelli di crescita quantitativa inducono nelle metropoli, che a loro volta mostrano in pieno tutte le loro contraddizioni. «In altri termini il modello di sviluppo sulle relazioni imperiali Nord-Sud, sull’accentramento del comando e del controllo e sul decentramento della produzione, crea povertà non più solo al Sud, ma anche al Nord, dove si consuma l’80 per cento dell’energia e della produzione mondiale di merci» (p. 45). Siamo di fronte ad un rovesciamento dei valori fondamentali della vita, della società e del territorio, sui quali s’innestano nuove esigenze legate alla dimensione etnica, linguistica, ambientale e locale. Tali questioni modificano in pieno i classici indicatori di sviluppo di tipo quantitativo, in quanto economie locali, identità e ambiente «ripropongono un ripensamento del ruolo del territorio (e della sua cura e valorizzazione) nella produzione della ricchezza» (p. 48). Pertanto: quale sviluppo? Quale relazione con i processi di globalizzazione? Quali politiche e quale economia nel territorio? Chiaramente si ripropone il tema della sostenibilità, parola che oggi, tra le labbra di molti, «accompagna l’obsolescenza della parola sviluppo» (p. 51).

3. La ridefinizione del rapporto culturale fra uomo e territorio porta a riconsiderare quest’ultimo come soggetto vivente e non come semplice supporto: infatti, i luoghi non sono bestie da soma! «I luoghi sono soggetti culturali, ‘parlano’, dialogano del lungo processo di antropizzazione attraverso il paesaggio, restituiscono identità, memoria, lingua, culture materiali, messaggi simbolici e affettivi. Finché sulla scia della cultura industriale massificata, tratteremo i luoghi come bestie da soma (senza ucciderle di fatica, con un carico ‘sostenibile’, appunto), resteremo all’oscuro delle loro ricchezze profonde e difficilmente riusciremo a invertire stabilmente l’ecocatastrofe planetaria che abbiamo prodotto con la nostra ignoranza ambientale e locale» (p. 54). Per far rinascere la cura e la cultura del territorio sarà indispensabile fare società locale, mediante la capacità d’autorganizzazione del territorio, e dare forza ai soggetti che vivono e producono nel territorio. L’approccio territorialista ha come referenti gli abitanti e una nuova concezione della ricchezza: «Per questo la cura del territorio non può che essere affidata agli abitanti, ma bisogna in primo luogo che esistano abitanti dei luoghi, vale a dire che si superi l’ipotrofia dell’abitante e l’ipertrofia del produttore consumatore che caratterizzano la forma metropoli contemporanea» (p. 67).

Autogoverno e processi partecipativi, dunque, concertazione, patti sociali, condivisione. «La nuova comunità che si forma nella concertazione pattizia,‘costituzionale’, di un progetto di futuro in una società locale complessa, pluriculturale, con diversi gradi di internità al territorio, nasce da interessi necessariamente conflittuali» (pp. 68-69). Per questo occorre passare dalla cultura conflittuale al riconoscimento delle differenze, mediante soluzioni concertate. «L’antagonismo si ridefinisce come conflitto fra eterodirezione e autogoverno. La crescita dell’autogoverno di una società complessa richiede una cultura della comprensione e del riconoscimento dell’alterità come valore fondativo della relazione sociale e dell’arricchimento incrementale che lo scambio fra diversità può portare all’interesse comune» (p. 69).

4. Un intenso programma, dunque: una fitta rete di relazioni non gerarchizzate, equità sociale e di genere, autodeterminazione e autoprogettualità, soprattutto «la capacità degli attori più deboli di attivare sistemi di comunicazione e di ascolto reciproco» (p. 70). Infatti: «Il problema è decisivo, poiché nella maggior parte delle esperienze di sviluppo locale gli attori che hanno voce sono quelli che hanno accesso alla politica, all’informazione, alle risorse economiche e culturali, alle reti di comunicazione telematica per proporre progetti. La rappresentazione del territorio che ne emerge è sovente piegata agli interessi degli attori che accedono alla negoziazione». Qui si tratta invece di promuovere una nuova forma di comunità, una crescita della comunità ‘possibile’, «che nella società molecolare postfordista è volontaria, si costruisce come ricerca di autodeterminazione e come progetto, cresce come densificazione del legame sociale, fra stato e mercato» (p. 70). Inoltre, superamento delle concezioni monoculturali: autosostenibilità ambientale, al posto della vaga sostenibilità dei programmi internazionali, con chiusura dei cicli locali dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’energia; riduzione della mobilità delle persone; qualità e unicità dei prodotti; restauro e riqualificazione delle strutture, delle attività agricole e forestali; realizzazione di agende 21 locali o bioregionali. Processi di riterritorializzazione per progetti di sviluppo locale autosostenibile. Perciò, importanza delle strategie lillipuziane, ma netto rifiuto del localismo e del campanilismo, perché solo da quelle può crescere il capitale sociale e la self-reliance. E soprattutto, volontà ed impegno: non c’è progetto di trasformazione se non ci sono attori che vogliono trasformare.

Rinascita dell’idea di comunità, che sviluppa cooperazione, abitare, produzione. Un incontro a mezza strada, tra il basso e l’alto, perché l’incontro avvenga concretamente, e sia autentico. «Lo sviluppo locale assume i connotati politici della ricerca di stili di sviluppo alternativi ai processi di omologazione e/o dipendenza indotti dalla globalizzazione, fondativi di un mondo plurale, degerarchizzato, come soluzione strategica all’insostenibilità (non solo ambientale) dell’attuale modello di sviluppo che destruttura culture, crea polarizzazione sociale ed economica e povertà su scala mondiale. Il rafforzamento delle società locali, attraverso il progetto di sviluppo locale autosostenibile può consentire l’attivazione di strategie ‘lillipuziane’, tessendo reti non gerarchiche (Sud-Sud, Sud-Nord, fra città e regioni), in un fitto reticolo in grado di contrastare le grandi reti, fortemente centralizzate, della globalizzazione economica». Nel dibattito in corso appaiono tre punti fermi: a) il valore del patrimonio non si identifica con il suo valore d’uso; b) il patrimonio territoriale richiede di essere trattato come un sistema vivente ad alta complessità; c) lo sviluppo locale fondato sulla valorizzazione del patrimonio non ha confini, né scale, né attori precostituiti: non s’identifica con il localismo. E «la ricostruzione della comunità è l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile» (p. 91).

5. Strategia ed azione s’incentrano nella costruzione di scenari del progetto locale, per fasi e processi interattivi, da sottoporre a verifica, riferimenti per l’interazione sociale. Produzione responsabile, saperi e cooperazione, affettività domestica, spazi dell’abitare, tempi e nuove forme di socialità sono potenzialità che «possono essere colte in strategie di autonomizzazione e risocializzazione del lavoro autonomi come attività creativa rivolta alla costruzione di progetti locali condivisi, in cui l’abitante-produttore divenga protagonista del progetto di sviluppo, della ricerca della sua qualità, della sua identità specifica e dei suoi ‘statuti’: intervenendo sul che cosa, sul dove, sul quanto, sul come produrre per la trasformazione del patrimonio territoriale in forme durevoli» (p. 95).

Questo processo strategico è lontano dalle forme centralistiche della globalizzazione economica, in quanto punta essenzialmente non ad una pianificazione livellatrice ma ad un «rafforzamento di un mondo di società locali, in grado di connettersi a rete in modo non gerarchico, riconoscendo le diversità di stili di sviluppo e attivando relazioni di sussidiarietà» (p. 99). I soggetti di cambiamento sono le nuove energie sociali emergenti. «Non si dà infatti progetto di trasformazione senza attori della trasformazione», che sono energie da contraddizione, che sono i «comportamenti, i conflitti, i movimenti e gli attori sociali, culturali ed economici che promanano dalle nuove povertà prodotte dai processi di deterritorializzazione» (p. 102), povertà ambientali, abitative, identitarie come s’è prima detto.

Si tratta di una progettualità che punta alla topofilia, che ricostruisce con forme innovative e vernacolari lo spazio vitale: «Il fermento di nuove razionalità per la qualità dell’abitare il territorio va riproponendo il problema dell’edificazione di ambienti insediativi che nascano dal nuovo incontro fra culture etnico-linguistiche rinnovate e qualità dei luoghi e dei paesaggi in cui riaffiorano le radici, pur nel contesto di sistemi relazionali complessi e aperti» (p. 105). La città postfordista è ormai esplosa in un nugolo di minoranze che cercano di riappropriarsi delle loro autonomie, si è complessificata e continua a produrre relazioni complesse ed articolate, in uno spazio ristretto che si definisce soltanto come pubblico e privato.

La città insorgente è una sfida, che mostra due scenari: «Da una parte una città di frammenti connessi unicamente da reti infrastrutturali, luoghi della produzione e della residenza separati da confini protettivi ed esclusivi; dall’altra una città solidale che connette, riconoscendole, le differenze, in un patto di condivisione di un interesse comune, l’autogoverno del proprio stile di sviluppo […] Alla base di questa visione ricompositiva, solidale, della frammentazione sociale della società degli esclusi, sta la rinascita dell’idea di comunità: che si sviluppa dalle esperienze concrete di riappropriazione cooperativa di spazi per l’abitare e per il produrre […] scartando utopie comunitarie di tipo regressivo […] e valorizzando esperienze che alludono alla ‘comunità possibile’ aperta, costruita da identità differenziate: la comunità come prodotto di relazioni fra differenze che trovano riconoscimento reciproco e regole di convivenza; la comunità come accordo su un progetto» (p. 109).

6. Scaturiscono da queste premesse, che nello stesso tempo fondano, nuove pratiche di comunità, quali esperienze di autoproduzione e autopromozione urbana: «Si tratta di un universo di esperienze in cui prevale, sull’atteggiamento rivendicativo di servizi, la costruzione diretta sia di reti solidali, sia di servizi alla città. Il catalogo di queste esperienze è ormai ricco e variegato: le forme di mutuo soccorso in situazioni urbane degradate; le associazioni di caseggiato per la manutenzione urbana; i gruppi progettuali sul verde pubblico, sull’arredo urbano, sui servizi di vicinato, sull’autocostruzione; i laboratori di quartiere fondati sulla partecipazione; il recupero di edifici dismessi per attività autogestite; le esperienze di donne, anziani, single che organizzano forme di convivenza e di uso sociale degli spazi privati; famiglie allargate con reti lavorative complesse fondate sulla prossimità spaziale; famiglie informali; progetti che tengono conto delle esigenze dei bambini nello spazio urbano (giocare, socializzare, andare a scuola soli ecc.)» (pp. 110-111).

Il processo, promosso da attori volontari e professionali, provoca la ricerca, la partecipazione, l’accumulo di competenze e capacità per lo sviluppo della comunità locale e della sua economia, in cui emergono con forza nuove solidarietà e nuove responsabilità produttive, formative e comunicative, che insieme rifinalizzano un percorso etico di giustizia e di dignità sociale. Tanti i settori che possono essere interessati: «Fattorie e reti di prodotti agricoli e di artigiani con valenze ecologiche e di valorizzazione delle peculiarità ambientali e culturali locali che vanno assumendo finalità riconosciute di produzione di beni pubblici; la costituzione di comunità complesse agroterziarie (che integrano agricoltura biologica, permacultura, agriturismo, attività di commercializzazione, attività sociali e assistenziali, culturali, formative, pubblicistiche, artistiche, relazionate alla metropoli); iniziative di riqualificazione del piccolo commercio che crea reti di valorizzazione delle produzioni locali e di ‘marchio’; esperienze di fair trade, reti commerciali per uno scambio commerciale equosolidale fra Nord e Sud; imprese, cooperative, associazioni di formazione, informazione e produzione di servizi di terziario ‘avanzato’ a valenza ecologica e sociale; il microriciclaggio dei rifiuti, l’allestimento di orti urbani, il riuso delle acque, che contribuiscono ai progetti di riqualificazione delle periferie; forme di neobaratto, economie informali fondate su scambi di reciprocità (ad esempio le banche del tempo); ecobanche; economie di enclave nella città multietnica (servizi, vendita ambulante, microimprese artigiane) […] Questo tessuto complesso, eterogeneo, formale e informale, sicuramente in sviluppo, può essere assunto in forme di pianificazione interattiva come referente ‘debole’ dal punto di vista dell’impresa, ma ‘forte’ se aiutato a mettersi in rete e a moltiplicarsi, per la piegatura del modello di sviluppo verso l’autosostenibilità» (pp. 113-114). L’auspicio di fondo è l’incontro fra politiche istituzionali e pratiche sociali, anche se si tratta di una chance irrinunciabile, a cui non è più conveniente sottrarsi. E una tappa importante è la costruzione di uno statuto dei luoghi, mediante nuove forme di pianificazione strategica, geografica, antropologica, economica e culturale.

7. Le visioni sono principi utopici del lavoro progettuale: l’utopia, dunque, come principio euristico. L’utopia del futuro costruisce il presente (Prigogine), una citazione importante in epigrafe alla seconda parte del libro, il cui 8° capitolo dal titolo “Fra utopia concreta e scenario strategico” punta a recuperare il ruolo dell’utopia come fare della cultura ecologista. Espressamente citato Bloch, nella suggestione di un’utopia concreta del fare della cultura ecologista, ma sono citati anche i classici del pensiero utopico (More, Campanella) – le cui città d’Utopia non avevano sostanza storica, mentre la città dell’utopia urbanista è reale e contingente e anche con vincoli storici – e del socialismo utopistico (Owen, Fourier) – movimento che inizia un profondo cambiamento del ruolo dell’utopista, in quanto il referente è un aggregato sociale forte (gli operai come classe e le classi subalterne in generale) anche se poi confluisce in un modello sociale chiuso, come il falansterio. Per questo, oggi, ci si dimostra insofferenti a visioni utopiche, ma ben diversa è l’utopia come euristica, che si basa sulla interpretazione/costruzione del progetto, come metodo di costruzione dello scenario che sostanzialmente consiste nell’interpretazione del progetto. E lo stesso ‘scenarista’ fa parte del gioco.

Da qui una forte attenzione a comportamenti, bisogni, modificazioni del modello, composizione del lavoro sociale: armonizzazione del tutto con il progetto-obiettivo generale. «Lo scopo principale dello scenario è di aprire concreti spazi d’intervento sociale (lo scenario come dislocazione dell’immaginario, come strumento euristico per alzare il tiro sugli orizzonti di trasformazione possibili) cambiando le variabili considerate nelle decisioni o modificandone il peso relativo» (p. 154). Punto di forza è la conservazione della complessità, fatta di «costellazione di iniziative molecolari presenti ora nel territorio e nella città». Non un’invenzione onirica, ma una complessa interpretazione di istanze per futuri possibili, per nuova civilizzazione e riterritorializzazione, in un lungo periodo (pertanto progetto strategico a medio e lungo termine). «Il progetto territoriale strategico, in altri termini, ha prima di ogni altra cosa il valore di documento culturale, occasione intorno a cui costruire comunicazione sociale, far emergere, dialogare e anche scontrare interessi e aspettative di trasformazione» (p. 158). Non c’è valenza normativa d’indirizzo politico generale, in quanto il progetto locale è un atto culturale, un’occasione di comunicazione sociale, emergenza, dialogo, incontro/scontro di interessi e di aspettative diverse.

Ma tutto questo non significa che non può anche essere un progetto tecnico. «Rispetto al progetto territoriale, la strategia territoriale (il piano strategico) – precisa Magnaghi – mira piuttosto alla costruzione e alla gestione di una serie di sistemi di relazione fra attori». Ci troviamo, infatti, ad un livello meta-progettuale, costruzione di condizioni per programmi, contratti, piani, progetti istituzionali. «Ciò che viene costruito dal piano strategico è la struttura relazionale». Dunque, un sistema comunicativo, multidisciplinare. Un approccio progettuale, e al progettuale, ragionevole, che è sempre una tensione verso.

8. Occorre ritrovare una relazione virtuosa tra città e patrimonio territoriale e ambientale. Il complesso territoriale si confronta con un nuovo rapporto tra città-campagna, con la nascita di un’entità regionale: Ecopolis, come regione rurale, dove «cultura locale e sviluppo locale si possono saldare in una rifondazione del vernacolo in forme innovative». Qui, «il nuovo agricoltore è una figura colta, in rapporto con la ricerca scientifica» e «la struttura dell’azienda agricola tende a configurarsi come struttura complessa (agroterziaria), che fa riferimento a reti territoriali dense ed estese nell’attivare finalità sociali, culturali, formative e di ospitalità» (p. 175). Argomenti di grande intensità ed importanza, in cui appare la cultura del limite e la cultura delle relazioni, che quello universalizza e rende esponenziale, e si tende a considerare il territorio come sistema vivente e complesso, in cui si supera il modello centro-periferia. Un approccio ragionevole tende a far ritrovare una «relazione virtuosa fra la città e il suo patrimonio territoriale e ambientale: una relazione che diviene fonte rigeneratrice di energie abbandonate e distrutte» (p. 162).

Il passaggio è obbligato: dalla città metropolitana alla città dei villaggi, città di città, reti di città. «Le aree periferiche e marginali delle regioni sono state impoverite e degradate dalla dipendenza gerarchica del centro metropolitano attraverso un processo di riduzione della complessità del sistema urbano e territoriale. Restituire questa complessità è il primo problema del progetto urbanistico della regione urbana di Ecopolis […] la regione urbana di Ecopolis è una grande città punteggiata da piccoli centri connessi a rete e addensati in costellazioni […] Ogni centro urbano è separato dagli altri centri da paesaggi agrari tessuti da trame ambientali complesse che intrecciano in un disegno unitario la salvaguardia idrogeologica, il mantenimento dei microclimi, il restauro delle reti ecologiche, il riequilibrio degli ecomosaici più antropizzati, il trattamento dei rifiuti, la biodepurazione e il riuso delle acque reflue, la produzione di energia, il recupero della complessità ecosistemica del paesaggio storico» (p. 185).

Su questa strada il paesaggio rurale si integra con la città e il paesaggio urbano si integra nella campagna. Si passa così dall’Università metropolitana alle Università regionalizzate e interconnesse, dalla dipendenza centralizzata all’autonomia delle differenze di nodi interconnessi. Infatti: «Non si tratta di un semplice decentramento» (p. 196) ma della valorizzazione-riqualificazione-potenziamento delle identità e delle relazioni. «La messa in rete, secondo sistemi comunicativi complessi e potenziati, di questi ambiti territoriali, riconosciuti e valorizzati nelle loro peculiarità, può consentire la realizzazione di una massa territoriale di livello metropolitano tale da reinterpretare la stessa memoria del territorio come vero e proprio luogo della innovazione in contesti ad alta qualità dell’abitare» (p. 198)

Nasce in questo contesto regionale l’idea della Carta del Nuovo Municipio, documento che Magnaghi porterà con il LAPEI (Laboratorio di Progettazione Ecologica degli Insediamenti) di Firenze, di cui è coordinatore, al World Social Forum di Porto Alegre nel 2002. Nascerà in seguito una rete nazionale di ricerca e di prassi, che vedrà impegnati intellettuali, politici, gente comune. Il desiderio che accomuna è che quel nuovo municipio torni «ad essere sede reale di autogoverno della comunità locale», che diventi una comunità in divenire, complessa, composta, multiculturale e multietnica. Un laboratorio di democrazia diretta, quindi, confronto diretto per l’interesse pubblico. «Il nuovo municipio, nel fare società locale, promuove una relazione culturale, politica ed economica fra comunità insediata e territorio» (p. 210). La finalità è quella di promuovere un nuovo spazio pubblico, caratterizzato da convivialità, religiosità, politica. «La ricostruzione dello spazio pubblico in questi termini di complessità, conflittualità, diversità delle rappresentazioni e delle forme d’uso del territorio e della città, costituisce la ragione e la misura della rifondazione della città. I nuovi municipi possono nascere dal rinnovato sentimento di cura degli abitanti per il proprio territorio: il prendersi cura è insieme costruire solidarietà, autogoverno, municipalità, nuovo protagonismo della società civile; in questo percorso la società locale ricostruisce la propria vita economica e culturale, la propria identità collettiva» (p. 211). Nasce così un nuovo senso civico, il riconoscimento reciproco, la consapevolezza, la solidarietà e la sapienza ambientale.

Un nuovo protagonismo della società civile: un senso civico, un’identità, un autoriconoscimento, «per far prevalere la solidarietà sulla competitività», passando «dal concetto di aiuto a quello di reciprocità» (p. 227). Da questo multiverso di energie sociali, istituzionali, economiche e culturali scaturisce una nuova forma di comunità, locale-globale (glocale), con un’economia che diventa solidale e riconosce nuovi soggetti portatori di senso e di nuova civiltà, che propone una nuova visione strategica che parte dal basso, per una globalizzazione dal basso, alternativa alla globalizzazione economica imposta dall’alto, dai poteri forti, spesso occulti, della finanza e della politica internazionali.

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